LE ORIGINI BIBLICHE DELL’ECONOMIA ECOLOGICA - Parte 2


IL PRINCIPIO BIBLICO DI MINIMA DISUGUAGLIANZA DEI REDDITI

Il principio spirituale / religioso della minima disuguaglianza dei redditi e la sua fondamentale importanza economica

Il principio spirituale / religioso, riportato nelle sacre scritture, che qui vogliamo considerare è quello dell’ uguaglianza; un principio spirituale religioso che ha ispirato il principio etico economico che imponeva al popolo ebraico di limitare la disuguaglianza nella distribuzione della terra (della proprietà). Tradotto e adattato al nostro moderno contesto socio politico economico, diventa il principio etico / economico della “minima disuguaglianza dei redditi”, un importante principio dell’economia ecologica dello stato stazionario (secondo solo al principio della “scala economica ottimale”). Un principio etico che, quando viene incorporato nelle attuali politiche economiche, impone dei limiti, massimi e minimi, al reddito procapite.


Ai tempi biblici, la terra era il principale fattore di produzione, la fonte primaria di reddito. Per la precisione, la terra era considerata proprietà di Dio e veniva ceduta in usufrutto alle famiglie per un tempo indefinito, con l’incarico di lavorarla e di amministrarla. Tutti ne dovevano possedere un po’ o almeno avere il diritto di spigolare i terreni di altri.

Per il popolo ebraico, la terra era la principale fonte di reddito e di ricchezza e la sua proprietà (la proprietà privata) era considerata un’istituzione necessaria e giusta. Il loro sistema socioeconomico, basato sul monoteismo teocratico, aspirava ad un egualitarismo socio politico economico, capace di assicurare armonia e pace sociale, e riteneva fondamentale il principio di minima disuguaglianza nella distribuzione della terra (della proprietà), anche se era accettata una sia pure limitata disuguaglianza nella sua distribuzione. Anche per l’economia ecologica dello stato stazionario la proprietà privata è un’istituzione di fondamentale importanza, sebbene debba essere leggermente riconsiderata.

E’ importante ribadire il concetto che tra gli Ebrei, come tra i Cristiani, la proprietà privata, sebbene spesso contestata, era considerata un’istituzione importante e necessaria. Essa serviva:
a)    a garantire ad ogni uomo l’esercizio della libertà e della responsabilità delle proprie azioni;
b)    a difendere il singolo individuo da qualsiasi forma di sfruttamento, in quanto fonte indipendente di sostentamento. 

Lo stesso comandamento “non rubare”, sia pure indirettamente, rafforza la tesi che, per il popolo ebraico, l’istituto della proprietà privata era di fondamentale importanza. 

Inizialmente, la terra veniva distribuita in modo uguale o comunque giusto tra le famiglie. Con il tempo, però la proprietà della terra (la ricchezza) tendeva a distribuirsi in modo disuguale per diversi motivi; alcuni leciti, come ad esempio le diverse abilità delle persone, la diversa fertilità dei terreni, le alterne fortune, i matrimoni che tendevano a concentrare la ricchezza; altri invece illegali, come lo sfruttamento, la disonestà, ecc. A causa di tutti questi fattori, la società ebrea accettava un certo grado di disuguaglianza, purchè fosse stato conseguito nel rispetto delle regole di onestà nel commercio, applicando un tasso di interesse nullo nelle transazioni economiche e rispettando le buone pratiche come:
a)    il riposo sabbatico dei terreni,
b)    l’osservanza dei diritti minimi dei poveri,
c)    il versamento delle decime, ecc.


Il divieto di praticare l’interesse sui crediti era un modo per limitare la disuguaglianza, dato che la dinamica esponenziale del debito ad interesse consente al prestatore di accumulare, ingiustamente e in breve tempo, grandi fortune, impoverendo spesso il debitore.

Detti principi di politica economica sono espressi in modo esplicito nel Vecchio Testamento, ma vengono indicati anche nel Nuovo Testamento, sebbene in chiave di un più forte impegno personale, di maggiori ammonimenti circa i pericoli della ricchezza e di una maggiore preoccupazione per la sorte dei poveri. 

Da sole, però, le istituzioni non sono sufficienti; occorre anche un rinnovato impegno personale e la convinta partecipazione di ogni singolo individuo al cambiamento. Ad esempio, un’esortazione al rinnovamento interiore la si trova nella seconda lettera di Paolo ai Corinzi:

7 E come siete ricchi in ogni cosa, nella fede, nella parola, nella conoscenza, in ogni zelo e nella carità che vi abbiamo insegnato, così siate larghi anche in quest'opera generosa. 8 Non dico questo per darvi un comando, ma solo per mettere alla prova la sincerità del vostro amore con la premura verso gli altri. 9 Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà. 10 E a questo riguardo vi do un consiglio: si tratta di cosa vantaggiosa per voi, che fin dallo scorso anno siete stati i primi, non solo a intraprenderla ma anche a volerla. 11 Ora dunque realizzatela perché, come vi fu la prontezza del volere, così vi sia anche il compimento, secondo i vostri mezzi. 12 Se infatti c'è la buona volontà, essa riesce gradita secondo quello che uno possiede e non secondo quello che non possiede. 13 Non si tratta infatti di mettere in difficoltà voi per sollevare gli altri, ma che vi sia uguaglianza. 14 Per il momento la vostra abbondanza supplisca alla loro indigenza, perché anche la loro abbondanza supplisca alla vostra indigenza, e vi sia uguaglianza, come sta scritto: 15 Colui che raccolse molto non abbondò e colui che raccolse poco non ebbe di meno. (2Cor. 8, 7-15)

Il riferimento all’ Esodo riguarda l’episodio della manna che Dio somministrò agli Israeliti durante le loro peregrinazioni nel deserto:

18 Si misurò con l'omer: colui che ne aveva preso di più, non ne aveva di troppo, colui che ne aveva preso di meno non ne mancava: avevano raccolto secondo quanto ciascuno poteva mangiarne. Esodo (Es. 16,18) (1 omer era uguale a 10 efa o circa 350 litri)

I testi sacri forniscono un’indicazione su quali dovessero essere i limiti, di lungo periodo, ammessi per la disuguaglianza della ricchezza:

8 Conterai sette settimane di anni, cioè sette volte sette anni; queste sette settimane di anni faranno un periodo di quarantanove anni. 9 Al decimo giorno del settimo mese, farai echeggiare il suono del corno; nel giorno dell'espiazione farete echeggiare il corno per tutta la terra. 10 Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nella terra per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia. 11 Il cinquantesimo anno sarà per voi un giubileo; non farete né semina né mietitura di quanto i campi produrranno da sé, né farete la vendemmia delle vigne non potate. 12 Poiché è un giubileo: esso sarà per voi santo; potrete però mangiare il prodotto che daranno i campi.13 In quest'anno del giubileo ciascuno tornerà nella sua proprietà.14 Quando vendete qualcosa al vostro prossimo o quando acquistate qualcosa dal vostro prossimo, nessuno faccia torto al fratello.15 Regolerai l'acquisto che farai dal tuo prossimo in base al numero degli anni trascorsi dopo l'ultimo giubileo: egli venderà a te in base agli anni di raccolto. 16 Quanti più anni resteranno, tanto più aumenterai il prezzo; quanto minore sarà il tempo, tanto più ribasserai il prezzo, perché egli ti vende la somma dei raccolti. Levitico (Lv 25, 8-16)

In sostanza, la massima disuguaglianza ammissibile era quella che si poteva generare in 50 anni, partendo da una distribuzione iniziale equa. Al 50° anno, al giubileo, si ritornava all’originaria distribuzione della terra (che allora era praticamente l’unica forma di ricchezza).


A causa dell’istituzione del Giubileo, il valore della terra cambiava nel tempo. Con l’approssimarsi dell’anno del giubileo, il prezzo dei terreni diminuiva, facendo venir meno l’incentivo ad accumulare nuove terre che, di lì a poco, si sarebbero dovuto cedere. Viceversa, subito dopo l’anno giubilare, l’attività di accumulo di nuovi terreni era massima perché il proprietario poteva godere di tanti raccolti, fino al successivo giubileo.

Secondo la matematica finanziaria moderna, il capitale (C) si determina come valore attualizzato di un flusso di reddito (R) futuro, scontato al tasso di interesse x, secondo la formula :

C = R . [(1 + x)N – 1] / [ x . (1 + x)N]
dove:
C    capitale (valore della terra)
R    reddito annuo (raccolto annuo)
x     tasso di interesse (nullo, per legge)
N    numero di anni di attualizzazione (anni mancanti al giubileo)

Dato che nella società ebrea era vietato praticare l’interesse, il valore del terreno (il capitale) era pari agli anni di rendita (la somma dei raccolti degli anni che restano al giubileo). Infatti, dalla formula del capitale, al limite, per x → 0, si ha : 

C = N . R

La legge ebraica prevedeva obblighi, anche nel breve periodo (senza dover aspettare il giubileo), finalizzati a limitare la disuguaglianza dei redditi. Si ricordano le leggi finalizzate ad assicurare un livello minimo di reddito ai bisognosi, come ad esempio: il diritto alla spigolatura dei campi, l’elemosina, le leggi che proteggevano gli schiavi, le vedove e gli orfani. Esisteva persino un limite alla massima ricchezza che si poteva accumulare. Per la legge ebraica, lo stesso Re non poteva accumulare ricchezze oltre un certo limite.

15 dovrai costituire sopra di te come re colui che il Signore, tuo Dio, avrà scelto. Costituirai sopra di te come re uno dei tuoi fratelli; non potrai costituire su di te uno straniero che non sia tuo fratello. 16 Ma egli non dovrà procurarsi un gran numero di cavalli né far tornare il popolo in Egitto per procurarsi un gran numero di cavalli, perché il Signore vi ha detto: «Non tornerete più indietro per quella via!». 17 Non dovrà avere un gran numero di mogli, perché il suo cuore non si smarrisca; non abbia grande quantità di argento e di oro. 18 Quando si insedierà sul trono regale, scriverà per suo uso in un libro una copia di questa legge, secondo l'esemplare dei sacerdoti leviti. Deuteronomio (Dt 17,15-18)

La filosofia del “quanto basta” e un’indicazione dei limiti alla disuguaglianza tra gli individui si trova anche nel libro dei Proverbi:

7 Io ti domando due cose,
non negarmele prima che io muoia:
8 tieni lontano da me falsità e menzogna,
non darmi né povertà né ricchezza,
ma fammi avere il mio pezzo di pane,
9 perché, una volta sazio, io non ti rinneghi
e dica: «Chi è il Signore?»,
oppure, ridotto all'indigenza, non rubi
e abusi del nome del mio Dio.
Proverbi (Prv 30,7-9)


Il principio etico di minima disuguaglianza dei redditi nel contesto socioeconomico moderno


Nel contesto socioeconomico moderno, il principio etico di minima disuguaglianza dei redditi viene tradotto stabilendo un limite minimo e un limite massimo al reddito procapite. 

Il reddito personale minimo deve essere sufficiente ad assicurare uno stile di vita decoroso, che soddisfi i bisogni umani fondamentali (cibo, vestiti, alloggio, assistenza sanitaria e istruzione di base). Il reddito personale massimo viene originariamente stabilito ad un prefissato multiplo di quello minimo che, entro certi limiti, può essere indicizzato (come incentivo alla classe dirigente), in relazione al miglior andamento dell’economia.


Nell’attuale contesto socio economico, politico e culturale, è praticamente impossibile applicare l’istituzione del giubileo, anche se è doveroso individuare soluzioni per annullare gran parte del debito accumulato dai Paesi in via di sviluppo. Il giubileo ebreo si basava infatti su presupposti oggi difficili da realizzare; quali:

a)    una distribuzione iniziale ugualitaria della ricchezza, decisa su base divina; cosa che evidentemente oggi non è attuabile, anche perchè la ricchezza non è più costituita solamente dalla terra ma è distribuita in una forma molto più strutturata e complessa di capitale artificiale e capitale umano (abilità, livello di istruzione, ecc.);
b)    l’esistenza di un’economia dello stato stazionario, l’unica che permette di ritornare alla distribuzione originaria della ricchezza (allora era la terra); una condizione che, oggi, è un obiettivo da raggiungere ma, di certo, non una situazione di fatto;
c)    un tasso di interesse nullo, che oggi non può essere imposto in modo generalizzato e permanente, a causa dell’enorme prevalenza del capitale artificiale e della complessa struttura del debito.

L’economia dei tempi biblici era un’economia dello stato stazionario, sostenibile, ancora lontana dai limiti ecologici, dove i problemi della sovrappopolazione e del collasso ambientale non erano significativi. La demografia era pressochè stazionaria, a causa dell’allora elevato tasso di mortalità della gente, e la fertilità dei terreni non era soggetta ad un rapido esaurimento perché l’economia agricola e pastorale era condotta su piccola scala e dipendeva sostanzialmente dall’energia solare. 

L’economia era automaticamente sostenibile :
-        sia perché non era di intensità tale da sfruttare a fondo le risorse naturali
-        sia perché, già allora, esistevano leggi a protezione degli ecosistemi. Ad esempio, vigeva l’obbligo del riposo sabbatico della terra, per preservarne la fertilità, il divieto della cattura di uccelli durante il periodo della cova, il divieto di tagliare gli alberi da frutto, soprattutto in tempo di guerra, ecc.

3 per sei anni seminerai il tuo campo e poterai la tua vigna e ne raccoglierai i frutti; 4 ma il settimo anno sarà come sabato, un riposo assoluto per la terra, un sabato in onore del Signore. Non seminerai il tuo campo, non poterai la tua vigna. 5 Non mieterai quello che nascerà spontaneamente dopo la tua mietitura e non vendemmierai l'uva della vigna che non avrai potata; sarà un anno di completo riposo per la terra. 6 Ciò che la terra produrrà durante il suo riposo servirà di nutrimento a te, al tuo schiavo, alla tua schiava, al tuo bracciante e all'ospite che si troverà presso di te; 7 anche al tuo bestiame e agli animali che sono nella tua terra servirà di nutrimento quanto essa produrrà. Levitico (Lv 25, 3-7)

10 Per sei anni seminerai la tua terra e ne raccoglierai il prodotto,11 ma nel settimo anno non la sfrutterai e la lascerai incolta: ne mangeranno gli indigenti del tuo popolo e ciò che lasceranno sarà consumato dalle bestie selvatiche. Così farai per la tua vigna e per il tuo oliveto. Esodo (Es 23,10-11)

6 Quando, cammin facendo, troverai sopra un albero o per terra un nido d'uccelli con uccellini o uova e la madre che sta covando gli uccellini o le uova, non prenderai la madre che è con i figli. Deuteronomio (Dt 22,6)

19 Quando cingerai d'assedio una città per lungo tempo, per espugnarla e conquistarla, non ne distruggerai gli alberi colpendoli con la scure; ne mangerai il frutto, ma non li taglierai: l'albero della campagna è forse un uomo, per essere coinvolto nell'assedio? 20 Soltanto potrai distruggere e recidere gli alberi che saprai non essere alberi da frutto, per costruire opere d'assedio contro la città che è in guerra con te, finché non sia caduta. Deuteronomio (Dt 20,19-20)

Oggi non ha più senso lasciare il raccolto agli angoli dei campi affinchè viandanti, ospiti, vedove e orfani possano spigolare. Tuttavia il principio di prendersi cura dei bisognosi è universale e dunque sempre valido. Nel tempo, cambiano solo le modalità di soddisfare i bisogni. 

Pertanto, una volta individuata l’ispirazione religiosa dei tempi biblici, che si riferisce ad un importante principio economico fondamentale, occorre comprenderne il significato etico originario, identificare a cosa equivale nell’attuale contesto socioeconomico e tradurlo in concrete e coerenti politiche economiche attuali.


Limiti massimi e minimi alla disuguaglianza dei redditi

Oggi, in assenza di una legge divina che lo imponga, occorre trovare un modo accettabile per definire il giusto livello di disuguaglianza ammissibile, che tenga conto del diverso impegno lavorativo, delle diverse capacità e dell’iniziativa e responsabilità della gente. Il principio etico individuato è quello di minima disuguaglianza dei redditi che consiste nel fissare un limite minimo ed un limite massimo al reddito personale. E’ bene sottolineare che non è importante individuare, in modo preciso, i limiti superiore ed inferiore del reddito e della ricchezza. Ciò che è importante è invece stabilire il principio che tali limiti debbano esistere e che debbano essere giusti e pratici.


Coloro che sostengono la teoria della crescita economica biofisica illimitata (i cornucopiani) ritengono che l’economia dello stato stazionario sia stato solo un incidente storico e non una imposizione divina. Essi sottolineano che, grazie ai progressi della scienza e della tecnologia moderne, si sono potuti finalmente rimuovere i vincoli che hanno storicamente costretto l’umanità ad un’economia dello stato stazionario e che, pertanto, oggi possiamo permetterci di fissare un livello mimino dei redditi, per eliminare la povertà, senza doverci preoccupare di fissare anche un livello massimo.

Se il limite minimo di reddito gode di un ampio sostegno tra la classe politica, salvo poi temporeggiarne l’applicazione, il concetto di limite massimo di reddito viene istintivamente rifiutato dagli stessi cittadini (sopratutto negli USA) perché contrasta con il mito della capacità dell’uomo di superare ogni limite e con il dogma che tutti devono avere il diritto di arricchirsi. Un concetto che trova conferma nel paradigma dell’economia neoclassica dominante, che non prevede alcun limite superiore al reddito e alla ricchezza e che predica il principio della crescita economica materiale illimitata.

I cornucopiani pensano che non sia giusto limitare il reddito massimo perché sono convinti che tutti debbano poter essere liberi di arricchirsi quanto vogliono.  Essi ritengono che la ricchezza possa crescere senza limiti e inneggiano all’aumento della disuguaglianza dei redditi, che considerano come un bene perché promuove la crescita economica. Inoltre, essi affermano che se i ricchi diventano ancora più ricchi, per effetto della loro maggiore spesa e degli accurati investimenti delle loro faraoniche fortune, tutta la società ne beneficerà, compresa la fascia meno abbiente (teoria dello sgocciolamento).

La posizione dei cornucopiani non è difendibile, per due motivi:

a)    Distruzione del senso della comunità. All’aumentare della disuguaglianza dei redditi, oltre un certo limite, viene meno il senso della comunità, di solidarietà e di fratellanza. Non è tanto la povertà assoluta che genera risentimenti da parte della classe meno abbiente ma è quella relativa rispetto ai ricchi, che diventano sempre più ricchi. All’aumentare della disuguaglianza dei redditi, la fascia più ricca della popolazione tende ad isolarsi dal resto della comunità e si inaridisce di cuore. La comunità si divide, è meno felice e resiliente e il potere politico tende a concentrarsi fino ad assumere le caratteristiche di un’oligarchia plutocratica.

b)    Limiti al potere della scienza e della tecnologia. I progressi della scienza e della tecnologia non possono rimuovere tutti i vincoli e proiettare l’economia verso una crescita materiale infinita. Anzi, è proprio vero il contrario. Grazie all’enorme potere della scienza e della tecnologia, l’uomo si è avvicinato troppo pericolosamente ai limiti dell’ecosistema e, per di più, secondo una dinamica di crescita esponenziale. Credere di poter infrangere i limiti naturali senza subire alcuna conseguenza è demenziale; è come credere di potersi sostituire a Dio e rifare il Creato a nostro piacimento, per inseguire le nostre brame di onnipotenza.

Continuando con la dinamica di crescita esponenziale, molto prima di raggiungere il limite biofisico, l’economia mondiale supererà le dimensioni limite ottimali (Punto B) ed entrerà nella zona della crescita antieconomica, dove i costi marginali dell’ulteriore crescita superano i benefici marginali. E’ molto probabile che, già oggi, l’economia mondiale abbia superato le dimensioni limite ottimali, anche se non possiamo esserne certi, perché, nell’ attuale sistema di contabilità nazionale e mondiale, utilizziamo come indicatore il PIL, un indice sintetico monetario che misura l’attività economica, nel suo complesso, e non ci permette di contabilizzare separatamente i costi e i benefici della crescita.



Le politiche economiche di attuazione del principio etico di minima disuguaglianza

Il criterio più giusto e pratico per delimitare l’intervallo di disuguaglianza è quello di imporre sia un limite massimo che un limite minimo al reddito. Per quanto riguarda la ricchezza, non ha senso stabilire un limite inferiore, in quanto le vicissitudini della vita potrebbero portare un individuo a perdere tutta la sua ricchezza. Invece è importante stabilire un tetto massimo alla ricchezza procapite.

Secondo l’economia ecologica dello stato stazionario c’è un limite superiore alle dimensioni del transflusso entropico che l’ecosistema può sostenere e, di conseguenza, al reddito massimo globalmente producibile. Di conseguenza, è necessario imporre un limite superiore al reddito procapite ammissibile. Essendo l’economia un gioco a somma zero, se il reddito globale, che è superiormente limitato, si concentra nelle mani di pochi individui eletti, che si arricchiscono sempre di più, allora i poveri si devono ulteriormente impoverire. D’altra parte, se si decide di aumentare il livello di reddito minimo procapite, allora si deve ridurre il livello di reddito massimo procapite.

Il reddito minimo procapite deve essere sufficiente ad assicurare uno stile di vita decoroso che soddisfi i bisogni umani fondamentali: cibo, vestiti, alloggio, assistenza sanitaria e istruzione di base (solo a titolo di esempio si potrebbe fissare a 750 euro/mese). Solo indicativamente, per definire un limite alla disuguaglianza dei redditi, si potrebbe pensare ad un fattore 40 tra il reddito procapite massimo e quello minimo (è il rapporto suggerito da Adriano Olivetti, negli anni ’40 del XX secolo). Il fattore 40 non ha nulla di esoterico ma è tale da:

a)    riconoscere (abbondantemente) le differenze di impegno lavorativo, capacità, iniziativa e responsabilità tra gli individui, che si devono giustamente riflettere in differenze di retribuzioni e di incentivi per stimolare l’emergere di quelle qualità.
b)    mantenere ancora aggregate le persone che devono sentire di poter trarre vantaggi dal vivere in comunità, dall’interagire secondo una sana collaborazione, evitando la perversa dinamica della competizione, delle “isole umane”, che porta allo sfaldamento della società.  

Come già detto, il fattore 40 è solo indicativo e lo si può tranquillamente  cambiare; potrebbe andare bene anche 20. L’importante è fissare un limite massimo al livello di reddito procapite. Nel mondo occidentale, la disuguaglianza dei redditi è in forte crescita. Dagli anni ’60 del secolo scorso ad oggi, il rapporto tra reddito massimo e reddito minimo è cresciuto da 10 a 100 e anche oltre. La cosa è preoccupante perché, molto prima di raggiungere il fattore 100, la comunità incomincia a disintegrarsi e iniziano ad insorgere gravi conflitti di classe.

La classe politica, che nel paradigma tecnocratico è sottomessa al potere economico finanziario, cerca irresponsabilmente di negare in tutti i modi i problemi di un’economia globalizzata troppo vicina ai limiti ecologici e l’esistenza di una forte disparità tra i redditi. 

Oggi, chi solleva l’urgenza di un dialogo aperto sui questi temi viene deriso o accusato di essere un sobillatore di animi e di voler ripristinare la lotta di classe. Tuttavia questi sono temi che, ben presto, diventeranno incubi per le elite, anche se la classe politica, con l’aiuto dei media, cerca di nasconderli all’attenzione dei cittadini.



(continua)       (torna indietro)

Commenti